Il freddo inverno cileno: maggio – agosto 2016

Ciao carissimi, ci fa sempre un gran piacere sapere di poter condividere con voi la bella energia del nostro progetto BIOcycling. Vi scriviamo dal magico Salar di Uyuni (Bolivia), nel quale siamo arrivati da un paio di settimane festeggiando Natale e Capodanno….ma questa è un’altra storia e ve la racconteremo più avanti, per ora vi parleremo dei percorsi e delle esperienze che ci hanno portati fino a qui.

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Ci siamo lasciati quando avevamo appena concluso la splendida visita da P.A.I. e Fruempac, i produttori di mele e pere biologiche e biodinamiche della Patagonia Argentina, che arrivano sui banchi dei negozi NaturaSì. Dopo quasi un mese di sosta a Bariloche siamo quindi ripartiti con un amico cicloviaggiatore argentino conosciuto nella Terra del Fuoco, il desiderio di entrambi di percorrere un tratto di strada assieme, lungo “El camino de los siete Lagos”, ci ha portati a pedalare ad un ritmo più sostenuto rispetto alla nostra media, fino a San Martin de los Andes e questo purtroppo ha causato l’inizio di una forte tendinite al ginocchio di Alberta. Il clima freddo e umido dell’inverno patagonico infatti, non hanno aiutato per niente! 

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Dopo qualche giorno di sosta abbiamo provato a proseguire ma non c’è stato niente da fare, il dolore era insistente e per la prima volta nel viaggio abbiamo deciso di dividerci. Per praticità logistiche e dato l’ingombrante equipaggio, Alby e le bimbe hanno atteso qualche giorno in casa di un ragazzo che gentilmente le ha ospitate, per poi raggiungere Pucon (Cile) in autobus, mentre Seba ha attraversato il passo Hua Hum in solitaria raggiungendole quattro giorni dopo.

Ci siamo innamorati subito di quei luoghi, con laghi e fiumi e l’imponente Villarrica sempre in primo piano, il vulcano più attivo del Sud America. Purtroppo altri 10 giorni di riposo non sono serviti per sistemare il ginocchio di Alby, il dolore alle ginocchia non la mollava e ogni pedalata le feriva. Entrambi sapevamo che così non avremmo potuto procedere in bicicletta.
Una delle più grandi lezioni che abbiamo imparato nel corso di questi mesi è che non ci si deve perdere d’animo, l’ospitalità sudamericana è qualcosa che si deve vivere per poterla capire. Così, quando meno ce lo aspettavamo la famiglia Martini, dalla quale dovevamo ferrmarci una sola notte nel nostro cammino verso nord, ci ha parlato della loro coltivazione di mirtilli biologici certificati Fairtrade. Non avevamo nemmeno finito di ascoltare la loro descrizione che i nostri sguardi si sono incrociati, illuminati di gioia e speranza: poteva essere la soluzione perfetta per poter lavorare un po’, imparare ed aspettare che l’infiammazione passasse! 

imageE’ così che ci fermiamo un mese e trascorriamo l’esperienza nel campo che più ci ha segnati fino ad ora, nell’azienda Martini Organic Blueberries, gestita da una famiglia di immigrati italiani giunti nel sud del Cile un secolo fa e ai quali di italiano ormai rimane solo il cognome e la gran voglia di lavorare. 

Si tratta dell’unica realtà lavorativa del Cile che collabora al 98% con la comunità Mapuche, integrando la cultura di un popolo strettamente legato alla terra (MAPU= terra, CHE=gente) al sistema di un’impresa lavorativa. 

imageNel campo ci sono altoparlanti dove la musica fa crescere meglio le piante e sicuramente fa lavorare con più entusiasmo anche gli agricoltori. Tra le file di mirtilli sono stati piantati aglio, lavanda e rosmarino per allontanare naturalmente i parassiti. Parlando con Patrizio, capiamo che il mirtillo non è una coltivazione tipica di qui, ma è stato inserito alla fine degli anni ’90 per ragioni commerciali: in Cile nessuno lo consuma, non è un’abitudine alimentare né culinaria ed è troppo caro per il mercato interno. Purtroppo questa è una realtà che abbiamo riscontrato molte volte in questi lunghi chilometri tra Cile e Argentina: l’impronta neocoloniale è molto forte ancora e non è necessario essere degli esperti di commercio internazionale per rendersene conto. 

imageCi viene difficile integrarci con i Mapuche, sono un popolo tendenzialmente chiuso e i più anziani nei campi comunicano tra di loro in mapudungun, una lingua antica che viene tramanda in forma orale e che purtroppo negli ultimi anni si sta perdendo.
Il 21 giugno però, in occasione del solstizio d’inverno, abbiamo avuto la fortuna di partecipare al “we-tripantu”, celebrando così il nuovo anno Mapuche e la rinascita dell’agricoltura. 

Mentre Alberta si dedicava ad insegnare alle bambine e a far esercizi di kinesiologia per il ginocchio, Seba aiutava nei campi con la potatura. 

Sempre nella meravigliosa regione dell’Auracanía abbiamo rivisto Anita Epulef, una donna Mapuche che avevamo conosciuto in EXPO al padiglione del Cile mentre presentava i cibi tipici del sua cultura; per poi scoprire che proprio in quei giorni il  progetto sul riutilizzo del padiglione cileno aveva vinto e sarebbe stato smontato a Milano per essere ricostruito nel capoluogo della regione, Temuco, con lo scopo di promuovere attraverso un parco tematico, proprio la cultura Mapuche ed i prodotti equo e solidali tipici del Cile! 

WhatsApp Image 2017-01-18 at 10.48.25Data l’instabilità del tendine, l’incessante pioggia e l’interminabile inverno che ormai ci stavamo portando dietro da 7 mesi, quando abbiamo salutato l’Italia, abbiamo preso la decisione di fare i due tratti successivi in autobus. E’ così che quasi per magia ci svegliamo dopo 9 ore di viaggio e quasi 800km nella capitale del Cile. 

Per ora il racconto si ferma qui, ma presto vi faremo sapere com’è continuata la nostra avventura! 

Per questo Natale e anno nuovo la Happy Family vi augura un SUMAK KAWSAY: buon vivere verso l’equilibrio con la Pachamama, dalle comunità indigene dell’altipiano boliviano!

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